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Da "Affari e Finanza" del 10 marzo u.s. stralciamo:
"sulle
quotazioni della banca scaligera si è abbattuto qualcosa
di simile ad uno tsunami rispetto ai valori di fine giugno,
cioè a ridosso della fusione con la Bpi, la capitalizzazione
si è dimezzata. Oggi la Popolare quota, infatti, 7.553
milioni, mentre, all'epoca la Verona e Novara valeva da sola
in Borsa 7.735 milioni di euro (valori di chiusura del 27
giugno scorso) e la banca con cui si apprestava a fondersi,
la Bpi, ne valeva quasi altrettanti, 7.483 milioni. Alla stessa
data Banca Italease - già nel pieno del ciclone derivati
- valeva 1.739 milioni. Oggi la capitalizzazione è
scesa a poco più di mille, ma in compenso il Banco
Popolare, che ne controlla il 30%, ha perso molto di più.
Ha perso, grosso modo, quanto l'intera capitalizzazione della
Popolare Italiana".
Ed
ancora:
"dal
momento della fusione (2 luglio) ad oggi, il Banco ha perso
a Piazza Affari poco meno del 50% (il 46,5%), mentre, il Mibtel
ha ceduto il 22. La conseguenza, in termini di valore, è
che Verona è"dimagrita" di una banca".
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Certo
non è agevole capire e spiegare questo andamento del
titolo anche perchè i risultati della gestione, pur
tenendo conto di tutti i problemi collegati e derivanti dalla
fusione con la Lodi, possono considerarsi soddisfacenti. Verrebbe
da ipotizzare la totale uscita dall'azionariato di tutti,
o quasi, i soci della Lodi, prima legati alla stessa Lodi
da motivi affettivi e/o di campanilismo e poi refrattari all'unione
con la Novara.
In
sostanza, il divorzio di amanti delusi.
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