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Le
annunciate dismissioni di stabilimenti di produzione ed il numero
particolarmente elevato di posti di lavoro in gioco, hanno determinato
nell'opinione pubblica un senso di sgomento in quanto appariva
inimmaginabile che la prima industria italiana fosse sull'orlo
di un baratro. Il settore dell'auto, vanto ed orgoglio per generazioni
e generazioni di italiani, in Patria ed all'estero, non soltanto
deve ridimensionarsi, ma, probabilmente, passa in mani straniere.
Approfondire le ragioni che hanno determinato il "crollo"
delle vendite, con il conseguente vorticoso aumento delle perdite,
è il tema all'ordine del giorno degli amministratori della
Società e di tutte le forze politiche e sindacali nazionali
e locali.
Lo stesso Capo del Governo è impegnato in prima persona
nella ricerca di soluzioni che quanto meno salvaguardino i livelli
occupazionali quasi a sottolineare nelle iniziative che preannuncia
le sue capacità imprenditoriali.
Giustamente è in allarme rosso la popolazione di Termini
Imerese in quanto "il piano" della Fiat
prevederebbe la chiusura dello stabilimento ubicato in quella
cittadina con la perdita di lavoro di oltre 1.000 dipendenti ed
il conseguente crollo dell'indotto e di tutta l'economia locali.
I preannunciati licenziamenti nello stabilimento di Arese hanno
mobilitato in difesa il neo-Cardinale di Milano, l'Eminenza
Tettamanzi, mentre quelli che dovrebbero interessare il Lingotto
hanno visto scendere in campo in prima persona anche il Cardinale
del capoluogo piemontese.
La crisi della Fiat (con le possibili iniziative di "salvataggio")
è dunque - e giustamente - all'ordine del giorno con concrete
iniziative supportate da atti di lotta da parte delle maestranze
del Gruppo automobilistico e dalla cittadinanza delle città
interessate.
Il fragore dei "motori spenti" dell'automobile
ha coperto la prospettiva delle più numerose riduzioni
del personale annunciato nel settore bancario.
La Repubblica del 13 u.s. riprendendo i dati esposti nei cosidetti
"piani industriali" di Banca Intesa, di
Capitalia e di Istituti minori, ha titolato, un documentato
articolo "Banche, 20.000 posti a rischio, i sindacati
pronti allo sciopero".
L'arrivo ai vertici di Banca Intesa di Corrado Passera,
fino a questo momento è stato supportato dall'ingaggio
di un lungo elenco di top - manager e dal disegnare e ridisegnare
l'organigramma del Gruppo, con analitico dettaglio delle funzioni
e delle deleghe. In fine è stato presentato un "piano
industriale" che, tralasciando le "ipotesi"
(per ora soltanto ipotesi) sull'andamento dei ricavi, sulla ripresa
di efficienza ecc. ecc., di concreto si estrinseca soltanto nel
progetto di ridurre di 7.000 unità (pari al 12% c.ca) l'organico
del Gruppo.
L'attenta lettura del programma, induce a concludere che prima
del suo arrivo il Gruppo bancario è stato gestito, quanto
meno con superficialità, disattendendo tutte le problematiche
che Corrado Passera ed i Suoi hanno individuato come cause di
risultati tutt'altro che soddisfacenti con il crollo dell'utile
e della quotazione del titolo.
Se tanto mi da tanto, le conclusioni dovrebbero essere le dimissioni
del Consiglio di Amministrazione cui risale (per legge e per statuto)
la responsabilità della conduzione della Società,
nonchè dell'intero top - management ai vertici nell'ultimo
quinquennio.
Ovviamente non ci saranno né dimissioni nè avvicendamenti
nel Consiglio di Amministrazione ed i top - manager se "esautorati"
saranno compensati da adeguati conguagli.
Fra quanti avrebbero concorso all'ineluttabilità della
cura Passera si dovrebbe annoverare "di diritto"
Carlo Salvatori - ex amministratore delegato di Intesa
- da pochi mesi alla Presidenza di Unicredito.
Su Intesa, poi, gravano anche le ombre di possibili "ribaltoni"
nell'azionariato di controllo per la ridefinizione del ruolo delle
Fondazioni e per gli accertamenti sulla posizione di controllo
di Mediobanca sulle generali.
Come è noto la Fondazione Cariplo ed il Gruppo Generali
detengono partecipazioni rilevanti in Banca Intesa.
Senza volersi dilungare sul tema di un passato per Passera pieno
di errori, e di un futuro per Passera pieno di incoraggianti prospettive,
merita quanto meno di essere evidenziato come gli 8.100 esuberi
c.ca della Fiat siano vissuti da tutti con una giustificata intensità
anche emotiva, mentre i settemila c.ca di Intesa sembrano, per
l'opinione pubblica, per il Governo, per i partiti, per i sindacati
ecc. ecc., quasi normale amministrazione.
Nel 2002 evidentemente sopravvive ancora la cultura della diversa
valenza sociale fra le "tute blu" e
i "colletti bianchi".
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